
Mentre vedo tanta gente
che nun c'ha l'acqua corrente
e nun c'ha niente
ma chi me sente?
ma chi me sente?
ohi vita, ohi vita straca, so stufa da fa' la vaca, ohi mondo, ohi mondo boia, da fa' la troia mi me senti pù























(Fabrizio De André, tratto da Fiume Sand Creek)
Fiume Sand Creek racconta dello sterminio di un popolo che si chiama Indiani d'America. L'episodio descritto è un piccolo massacro di un centinaio di donne, bambini e vecchi - i guerrieri erano a caccia - perpetrato da un certo colonnello Chiwington, il quale, per questo e altri meriti patrii, fu poi insignito di varie onorificenze e fu eletto al Senato degli Stati Uniti.





(Petula Clark, Ciao ciao)



Dorme la corriera
dorme la farfalla
dormono le mucche
nella stalla
il cane nel canile
il bimbo nel bimbile
il fuco nel fucile
e nella notte nera
dorme la pula
dentro la pantera
dormono i rapresentanti
nei motel dell'Esso
dormono negli Hilton
i cantanti di successo
dorme il barbone
dorme il vagone
dorme il contino
nel baldacchino
dorme a Betlemme
Gesù bambino
un po' di paglia
come cuscino
dorme Pilato
tutto agitato
dorme il bufalo
nella savana
e dorme il verme
nella banana
dorme il rondone
nel campanile
russa la seppia
sul'arenile
dorme il maiale
all'Hotel Nazionale
e sull'amaca
sta la lumaca
addormentata
dorme la mamma
dorme il figlio
dorme la lepre
dorme il coniglio
e sotto i camion
nelle autostazioni
dormono stretti
i copertoni
dormono i monti
dormono i mari
dorme quel porco
di Scandellari
che m'ha rubato
la mia Liù
per cui io solo
porcamadonna
non dormo più
Stefano Benni

Felix potuit rerum cognoscere causas…
“Felice chi ha potuto conoscere le cause delle cose”
Bellissimo verso virgiliano. Il poeta antico, nativo di Mantova ma innamorato di Napoli (ehm), lo scrive nelle sue “Georgiche” alludendo al saggio epicureo che, illuminato dalla filosofia, è giunto a possedere le “rerum causas”, le cause delle cose.
Verso che moltissimi però, anche assai colti, spesso dimenticano.
Spesso e volentieri. Purtroppo.
Ultimo esempio in questi giorni. I tifosi atalantini hanno manifestato scarso gradimento verso l’ipotizzata presenza del cantante napoletano Gigi d’Alessio al concerto per il centenario della loro squadra. L’artista ha rinunciato. L’evento è stato cancellato. Sono giunte le scuse della società nerazzurra, una nota del d’Alessio medesimo e, prevedibile, il polverone mediatico: nobili e illuminate prese di posizione di sindaci, sindacalisti, intellettuali e scienziati bergamaschi contro la figuraccia che gli ultras (solo loro?) avrebbero fatto fare alla città.
E giù a dar dei razzisti retrivi.
Senza capire che la prossima volta, proprio a motivo dell’ennesima lezioncina poltically correct, potrebbe andare ancora peggio.
E senza chiedersi, naturalmente, le “rerum causas”.
Perché?
Perché la stessa curva che ama il nero Makinwa e il terrone Migliaccio in campo con la maglia dell’Atalanta, non vuole d’Alessio sul palco a celebrare l’Atalanta?
Forse converrebbe chiederselo, prima di emettere giudizi di disarmante scontatezza.
Bergamasco della diaspora, emigrato 35 anni fa, azzardo un’ipotesi (non certezze) per provare a rispondere.
Temo che lo scarso entusiasmo di parecchi Bergamaschi (mica solo degli ultras, date retta) all’idea del d’Alessio al centenario della loro dea, derivi anche da un sottile senso di disprezzo di cui, proprio in quanto bergamaschi, quei tifosi si sentono oggetto. Spesso, e lo dico perché lo vedo e lo sento, ciò che attiene a Bergamo è visto, da fuori, con malcelato senso di superiorità. Ci sono città e tifoserie che godono di buona, od ottima, stampa, e cui alla fine si perdona quasi tutto; e ce ne sono altre, come la nostra, che, a prescindere, vengono ritenute violente, incontrollabili, pericolose. E cui non si perdona quasi nulla. Pensate il derby romano interrotto un paio di stagioni fa; pensate i morti che hanno sulla coscienza le due tifoserie milanesi: eppure, vuoi mettere come sono cattivi quelli di Bergamo, che pure notoriamente non usano lame e non hanno mai fatto vittime?
La cosa, fra l’altro, non concerne solo l’ambito calcistico: un sorrisino pressoché di compatimento può di volta in volta riguardare, che so?, il dialetto bergamasco (sapido e argutissimo, ma altrove giudicato orribile e rozzo; mentre altri dialetti sono gratificati del titolo di “lingue”), l’operosità bergamasca (contrapposta nella sua basica serietà all’allegro arrangiarsi altrui) o la bergamasca iniziale sobrietà, quasi diffidenza, nei rapporti umani (cui risponde facile cordialità a latitudini diverse).
Questi pregiudizi, e non solo questi, il Bergamasco se li sente addosso. E alla fine credo pesino. Al punto magari da far scattare un orgoglio discutibile, certo, ma risentito, non razzista. O che, se mai, reagisce a un razzismo subìto.
Siamo, come tifosi, i più terribili di tutti (e non è vero)? Siamo, come gente, arretrati, chiusi, ottusi, capaci solo di lavorare e parlare un dialetto orribile (e non è vero)? Siamo i montanari della Val Brembana? Bergamini, muratori e nient’altro?
Bene. Benissimo. Però la nostra squadra e la nostra bandiera la festeggiamo noi, con i nostri cantanti e i nostri amici.
Tutti questi altri che ci sono superiori in tutto, per una volta, quella volta lì, non ce li vorremmo. Perché li sentiremmo imposti da fuori e sostanzialmente estranei ai nostri desideri e ai nostri sentimenti.
Pensare così è far fare una figuraccia alla città, come pretende l’intellighenzia che va in tribuna vip? Forse no. Forse è amarla e viverla per ciò che è. E per come è considerata.
